Diego Remaggi
#media#gaza#guerra

Perché ci indigniamo per NAZA su TikTok ma ignoriamo chi rade al suolo città intere?

Oggi bastano solo quattro lettere per avere l’indignazione mondiale a portata di mano: NAZA. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel…

Dalla locandina del film Naza Dalla locandina del film Naza

Oggi bastano solo quattro lettere per avere l’indignazione mondiale a portata di mano: NAZA. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato a Venezia, ha trasformato un acronimo burocratico dell’esercito israeliano (da Nezek Agavi, “danno collaterale”) in un fenomeno pop, rimbalzato compulsivamente tra i reel di TikTok, i caroselli di Instagram, i canali Telegram e le chat di WhatsApp. Frotte di influencer vanno al cinema per vedere un documentario, poi piangono, raccontano in un reel l’orrore e il silenzio.

Lo scandalo è creato dalle testimonianze di 24 ufficiali dell’intelligence israeliana (principalmente della celebre Unità 8200) e la rivelazione di una specie di “catena di montaggio” cibernetica: software di intelligenza artificiale come Lavender e Habsora che generano liste di bersagli a ritmi industriali, associati a quote matematiche di civili sacrificabili (15 o 20 innocenti per un miliziano di basso rango, fino a centinaia per un leader strategico come Sinwar). Una rivelazione così bruciante da costringere l’IDF ad aprire un’indagine interna per fuga di notizie classificate, pubblicare dieci pagine di smentite ufficiali e produrre persino un contro-documentario alternativo intitolato “Naza: The real story”.

Giornalisticamente interessante e mediaticamente esplosivo, ma c’è solo un enorme problema di memoria storica e onestà intellettuale (almeno da parte dei media): noi sapevamo già tutto di questa storia. Non solo perché le inchieste su Lavender erano uscite su +972 Magazine e The Guardian già all’inizio del 2024, ma anche perché il calcolo matematico dei cadaveri è la spina dorsale della guerra moderna da oltre trent’anni.

Oggi sembra però che davanti a NAZA tutti aprano gli occhi, anche quelli che fino a poco tempo prima hanno sbadigliato o voltato la faccia davanti a massacri molto più brutali, visibili e vicini all’Europa. Come mai? Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire il perché.

#Le bombe poco intelligenti, forse stupide

Chi è nato negli anni ’80 e prima, ricorderà l’ossessione occidentale per la guerra “pulita” e chirurgica che spazza via i cattivi dal mondo a partire dal 1991.Nella prima guerra del Golfo e poi in Kosovo, Pentagono e NATO ipnotizzavano il pubblico con i primi filmati sgranati in bianco e nero o coi visori notturni di mirini a croce; erano “bombe intelligenti” a guida laser che entravano direttamente negli edifici di Baghdad.

Report successivi alla guerra svelarono che quelle cadute su una delle città più antiche del mondo erano per la maggior parte bombe “stupide” a caduta libera, mentre quelle intelligenti sbagliavano clamorosamente i bersagli se incontravano nuvole, o avevano informazioni errate. Potevano carbonizzare centinaia di civili, ovunque, pur essendo di quoziente intellettivo superiore.

Bombe su Baghdad, Iraq, 1991, Reuters Bombe su Baghdad, Iraq, 1991, Reuters

I vertici militari capirono che non era più possibile lasciare che giornalisti come Peter Arnett o Robert Fisk rimanessero in città mentre cadevano tonnellate di ordigni, così già nel 2003 con il ritorno in Iraq l’amministrazione Bush pensò bene di blindare l’informazione inventando il sistema del giornalismo embedded: centinaia di reporter gettati come scrivani nei reparti militari, autorizzati a filmare la partenza di un missile e nulla più.

Nel frattempo, gli USA — e qui sta un punto importante — usavano già un sistema che oggi con NAZA abbiamo conosciuto più capillarmente: il CDE (Collateral Damage Estimation) e l’NCV (Non-combatant Casualty Cut-off Value). Nel 2003 a Baghdad, la soglia matematica di tolleranza americana era fissata a 30 civili morti per ogni attacco a un alto ufficiale iracheno; sotto quota 30, il semaforo era verde in automatico. Negli anni successivi, a Raqqa e Mosul contro l’ISIS, migliaia di morti civili vennero archiviati dal Pentagono come “errori di calcolo inevitabili”. Solo che Collateral Damage Estimation suonava come l’asettica clausola di un’assicurazione sulla vita stipulata a Washington; non aveva il fascino sinistro ed esotico di una parola ebraica di quattro lettere. Era solo una cosa da serie tv, come CSI.

In Russia si parla invece di Сопутствующий ущерб (Soputstvuyushchiy ushcherb), che significa proprio “danno collaterale”. Quello russo tuttavia è un principio che rimase unicamente sulla carta, dopo le esperienze degli ultimi 26 anni in Cecenia, Siria e Ucraina. L’esercito russo ricorse spesso a bombardamenti d’area con armi non guidate e altamente fallibili in contesti urbani densamente popolati, catalogando le devastazioni di infrastrutture critiche e le vittime civili come un effetto inevitabile e non collaterale. Una distinzione lapidaria.

Grozny rasa al suolo dalla Russia, Wikipedia Grozny rasa al suolo dalla Russia, Wikipedia

#Da Collateral Murder a NAZA: l’algoritmo contro l’algoritmo

Nel 2010 fu Wikileaks di Julian Assange a squarciare di nuovo il muro di gomma creato dal governo americano. Chelsea Manning trafugò un video straziante e Assange lo pubblicò con il nome di Collateral Murder (suona familiare?). Per la prima volta, un mondo ormai abituato al filtro embedded vide ed ascoltò la realtà cruda: la telecamera di bordo di un elicottero Apache a Baghdad che massacrava a colpi di cannone da 30mm civili inermi e giornalisti della Reuters, mentre i piloti ridevano via radio (“Guarda quei bastardi morti”).

Collateral Murder era la pistola fumante, un filmato reale di un potenziale crimine di guerra, girato non da un reporter, ma da un reparto militare stesso. E allora perché Collateral Murder non ebbe un decimo della viralità di NAZA oggi? Ci sono due motivi principali:

  1. Dall’errore umano al foglio Excel: Collateral Murder mostrava l’adrenalina tossica dei soldati, il caos della battaglia, la “mela marcia” che preme il grilletto sul campo. NAZA mostra il terrore opposto: nessun soldato sporco di fango, ma lascia immaginare analisti in uffici climatizzati che approvano quote di decessi calcolate da un server giorni prima. L’aggettivo “intelligente” si è spostato dalla bomba al software che autorizza il massacro.
  2. L’infrastruttura gemella: Nel 2010 non c’erano TikTok, i reel di Instagram o i canali Telegram di massa; per far uscire quel video, WikiLeaks dovette affidarsi ai vecchi gatekeeper (New York Times, Guardian, Der Spiegel) e ai telegiornali che filtravano le immagini. E il governo USA poté spegnere l’incendio spostando il processo dal crimine alla caccia al messaggero (Assange). Oggi, invece, il documentario NAZA viaggia su un’infrastruttura tecnologica identica a quella che denuncia. Come Lavender macina metadati per generare bersagli a Gaza, così gli algoritmi della Silicon Valley macinano la nostra attenzione per distribuire l’indignazione su NAZA a milioni di smartphone in sessanta secondi. L’algoritmo social si nutre dell’algoritmo militare, lo migliora, forse e colpisce ogni nostro device.

#Il cortocircuito Palantir: miracolo a Kyiv, mostro a Gaza

Ma è quando allarghiamo l’inquadratura fuori da Gaza che l’ipocrisia dell’opinione pubblica occidentale diventa accecante. Chi oggi si straccia le vesti sui social scoprendo che l’IDF usa l’intelligenza artificiale per selezionare i bersagli sembra ignorare che la stessa identica architettura concettuale è il fiore all’occhiello della difesa occidentale in Ucraina.

Alex Karpp, al centro, a colloquio con Volodymyr Zelens’kyj Alex Karpp, al centro, a colloquio con Volodymyr Zelens’kyj

Dal 2022 il colosso americano Palantir (i cui titoli volano a Wall Street) fornisce a Kyiv piattaforme come Gotham e MetaConstellation: sistemi di intelligenza artificiale che fondono in tempo reale immagini satellitari, radar, droni e segnalazioni sul campo per generare catene di bersagli (kill chains) in pochi secondi e guidare il fuoco dell’artiglieria.Certo, il contesto operativo è radicalmente diverso: l’Ucraina usa Palantir sul proprio territorio invaso contro trincee e colonne corazzate russe a bassa densità civile, mentre a Gaza il calcolo algoritmico viene calato in uno dei contesti urbani più densamente popolati del pianeta. Ma la “scatola nera” tecnologica è gemella. Eppure, quando il software parla inglese e si chiama Palantir o Project Maven, i media occidentali celebrano il “miracolo hi-tech che salva la democrazia”; quando parla ebraico e si chiama NAZA o Habsora, l’Occidente scopre improvvisamente il demonio della guerra automatizzata, assolvendo inconsciamente se stesso e le proprie industrie.

#Perché la brutalità russa non fa tendenza?

C’è infine il paradosso più doloroso di tutti. Negli ultimi quindici anni, capolavori assoluti del documentario di guerra hanno raccontato l’inferno senza bisogno di scomodare gli algoritmi. Fare riprese è più semplice, i filmati amatoriali sono ovunque, in presa diretta, da ogni luogo, così registi e report hanno avuto moltissime possibilità: da Restrepo (2010) in Afghanistan a Once Upon a Time in Iraq (2020), fino ai film che hanno documentato la dottrina russa della “terra bruciata” da Grozny ad Aleppo e all’Ucraina: The White Helmets (Oscar 2017), 20 Days in Mariupol (Oscar 2024), l’insostenibile e immersivo 2000 Meters to Andriivka (2025, girato con le bodycam dei soldati ucraini nel tritacarne del Donbass) o il recentissimo Mr. Nobody Against Putin (Oscar 2026, sull’indottrinamento militare dei bambini nelle scuole russe).

Grazie a molti di quei documentari, talvolta girati anche soltanto da troupe televisive quindi senza una distribuzione cinematografica abbiamo conosciuto diversi momenti storici, dalle primavere arabe alla morte di Gheddafi, alla guerra in Siria. Nell’agosto 2013 a Ghouta, il regime di Assad (protetto da Mosca) usò il gas Sarin sui quartieri residenziali: oltre 1.400 morti, file interminabili di bambini soffocati nel sonno, ripresi in video reali che finirono su Twitter. Perfino una serie cult come Homeland (nella quinta stagione, con la straziante scena della camera a gas su Peter Quinn) provò a mostrare in prima serata agli occidentali l’orrore clinico e fisico della morte per Sarin.

Risultato? L’opinione pubblica non ha battuto ciglio. Perché la macelleria russa e siriana ci hanno lasciati indifferenti mentre NAZA ci ossessiona?

La risposta sta in quattro comodi meccanismi psicologici:

  1. Le basse aspettative e il narcisismo etico: da Putin e Assad ci siamo sempre aspettati una barbarie novecentesca, intere città distrutte, nessun sopravvissuto, torture, sparizioni, rapimenti, nessuna loro atrocità — come la prigione di Sednaya e i Caesar Files — ha mai fatto davvero notizia. Israele, invece, canta all’Eurovision, gioca le coppe europee, usa le nostre tecnologie: lo consideriamo “uno di noi”. Ci indigniamo per NAZA per puro narcisismo morale, perché sporca l’immagine del nostro club esclusivo di democrazie “etiche”, le stesse che hanno fatto 193 test nucleari in 30 anni nell’atollo di Mururoa (Parigi si sente chiamata in causa?).
  2. La bugia sfacciata rassicura, la difesa burocratica incastra: dopo Ghouta o dopo i bombardamenti sugli ospedali di Aleppo e Mariupol, Mosca e Damasco hanno semplicemente negato l’evidenza, lanciando gigantesche campagne di disinformazione (come quella che dipingeva i White Helmets come attori pagati da Al-Qaeda). E il pubblico occidentale si è fatto bastare quella bugia: perché il dubbio complottista offre il perfetto alibi per non intervenire. Israele, al contrario, rispondendo a NAZA con dossier legali di 10 pagine per difendere le proprie procedure, ammette che la macchina esiste e innesca un clamoroso effetto Streisand.
  3. L’indignazione a rischio zero: fare gli attivisti dal divano o da poltrona del cinema d’essay di Milano o Parigi contro il sistema NAZA è psicologicamente gratis: nessuno rischia che un drone israeliano cada sul proprio tetto. Guardare davvero negli occhi la distruzione di Mariupol o la trincea di Andriivka significa invece fare i conti con una potenza nucleare che bussa ai confini dell’Europa e minaccia direttamente la nostra esistenza. Di fronte alla paura vera, il cervello occidentale preferisce cambiare canale.
  4. L’estetica dell’algoritmo: I video dei bambini in preda agli spasmi del Sarin a Ghouta o il fango insanguinato delle bodycam di Andriivka sono fisicamente insostenibili: fanno voltare lo sguardo e vengono oscurati dai filtri dei social network. NAZA, invece, è un orrore “pulito”, disincarnato, da episodio di Black Mirror, uomini sopra un tetto, voce contraffatta, disegnano su un foglio cosa fa l’esercito guidato dalla AI. Non c’è puzza di gas nervino, non ci sono viscere o trincee: qualsiasi influencer può parlarne con il microfono appuntato al bavero senza turbare la digestione dei propri follower.

In 35 anni di viaggio, la verità che oggi vediamo sui nostri device è spietata. Siamo davvero più sensibili alla sorte dei civili in guerra? No, non credo, però selezioniamo i morti in base al design tecnologico dell’arma che li uccide: muti davanti a chi ancora utilizza la clava a due metri da casa nostra, giudici morali inattaccabili quando il massacro avviene in medio oriente, dietro un’intelligenza artificiale, e ha un nome perfetto, 4 lettere in ebraico, per fare engagement. NAZA.

By Diego Remaggi on October 6, 2026.

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Exported from Medium on October 20, 2026.


Articolo pubblicato originariamente su Medium.

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